El hidalgo y el burro

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Ovvero, su due tombe ellenistiche nei pressi di Orvieto

Nel corso del IV sec. a.C. l’aristocrazia volsiniese concentrò i propri interessi economici nel contado, dando origine a vasti latifondi, all’interno dei quali trovavano posto piccoli insediamenti residenziali e strutture produttive. Talvolta gli esponenti della classe dirigente andarono ad abitare in centri preesistenti, o che comunque erano già stati abitati. Questa opera di “rivitalizzazione” potrebbe essere letta anche in chiave politica, oltre che economica; è noto infatti che nel corso del IV secolo, è noto infatti che nella seconda metà del IV sec. a.C. si acuirono le tensioni con Roma, e poteva essere importante avere centri di controllo del territorio. Nel 309 a.C. il console Publio Decio Mure condusse una spedizione che portò all’occupazione dei “castella Volsinienses”. Successivi scontri portarono alla fine dell’indipendenza politica della città (280 a.C.) mentre nel 264 a.C., dopo una rivolta, il centro fu raso al suolo da Marco Fulvio Flacco. La popolazione fedele a Roma venne deportata sulle rive del lago di Bolsena, dove Velzna venne rifondata.

Newsletter-Marzo4 Il piccolo altopiano noto oggi come Castellonchio si trova pochi chilometri a Sud-Est della città di Orvieto e domina la confluenza del Paglia con il fiume Tevere. Inoltre la località si colloca lungo un percorso che già nel corso del X-IX sec. a.C. collegava l’area del lago di Bolsena con la valle del Tevere. Abbiamo dunque a che fare con un centro piccolo ma strategico.  La distribuzione dei reperti sul terreno lascia intuire l’alternanza di abitazioni e di ampi spazi liberi, probabilmente destinati all’agricoltura.

Nel 1988 in seguito ad un occasionale sbancamento, proprio a Castellonchio, la Soprintendenza Archeologica dell’Umbria esplorò due notevoli tombe, databili tra la fine del IV e gli inizi del III sec. a.C. La prima era costituita da una profonda fossa, di forma trapezoidale, che ospitava il corpo inumato di un maschio adulto. Questi era stato deposto entro una cassa lignea ed il suo corredo includeva un anello d’oro, molte armi da offesa in ferro, parti di un elmo e numerosi vasi in bronzo. Non c’erano oggetti in ceramica. Tutti gli oggetti, tranne il prezioso anello, erano stati intenzionalmente resi inservibili prima della deposizione all’interno della fossa. Sui vasi bronzei, secondo una pratica ben nota nel territorio volsiniese, era stata incisa l’iscrizione “suthina”, “della tomba”.

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In seguito gli oggetti vennero ritualmente danneggiati con strumenti di forma rotonda e quadrangolare. Un monumentale cratere, in particolare, venne smontato, ed i singoli elementi costitutivi furono defunzionalizzati. Di particolare pregio sono le anse, ornate da protomi di satiro barbato. Protomi di Eracle e di satiro barbato or- nano anche una coppia di raffinate situle, purtroppo in precarie condizioni di conservazione. Tra gli altri vasi annoveriamo brocche, attingitoi, teglie ed un colino per filtrare il vino. Interessante è la presenza di dadi in osso e pedine da gioco in calcare, che qualificano il defunto come esponente di un gruppo sociale che praticava giochi “normati”. Dell’elmo vennero deposte nella tomba solo le paragnatidi ed il bottone apicale. Le armi da offe- sa includevano una coppia di lance, una spada entro il fodero ed un’ascia.

Non conosciamo purtroppo il nome di questo aristocratico volsiniese, che scelse di essere deposto nel sepolcro con un preziosissimo servizio da banchetto e con tutto il suo equipaggiamento militare.

Newsletter-Marzo4Nei pressi di questa tomba a fossa venne individuata una tomba a camera che, nonostante l’avvenuta profanazione, ha restituito una notevole quantità di materiale. Tra essi si segnalano, in particolare, alcuni monili d’oro. Essi furono rinvenuti al centro della camera, in corrispondenza dei resti scheletrici di un asino. Questo povero animale dovette precipitare all’interno dell’ipogeo in seguito al crollo del soffitto, molto tempo dopo la chiusura della tomba. I suoi resti mortali si sono mescolati però ai monili che facevano parte del corredo funerario etrusco.

La camera in realtà doveva ospitare i resti di un gruppo familiare vissuto tra la fine del IV e la prima metà del III sec. a.C. Del corredo facevano parte ceramiche, sia di produzione locale che di importazione volterrana, bronzi, tra i quali ricordiamo un incensiere ed i peducci di una cista, strumenti in ferro (asce, molle da fuoco, spiedi, coltelli…).

Tutti questi elementi concorrono nell’indicare il notevole livello sociale dei personaggi deposti all’interno di questa sepoltura.  Tutti questi reperti sono oggi esposti nel Museo Archeologico Nazionale di Orvieto.

Paolo Binaco
Archeologo MiRasnaNewsletter-Marzo6

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