Il sito archeologico

Home / Il sito archeologico

ORVIETO E LE SUE NECROPOLI

Le necropoli della città etrusca di Velzna si disponevano attorno alla rupe tufacea, andando a costituire quasi un “anello” attorno al centro abitato. Le parti oggi visibili si trovano in località Cannicella, alle pendici meridionali dell’altura, e Crocifisso del Tufo, che invece si localizza a nord del centro. Il nome di questa necropoli deriva da un Crocifisso scavato nella roccia, che si trova in una cappella ricavata all’interno della rupe, appena a monte dell’area archeologica.

LA NECROPOLI DEL CROCIFISSO DEL TUFO

La necropoli è formata da centinaia di sepolcri, in massima parte costituita da tombe a camera, costruite con blocchi di tufo messi in opera a secco. Gli elementi lapidei erano estratti localmente, ed in corrispondenza del limite meridionale della necropoli è ben evidente il fronte della cava. La copertura dei vani situati all’interno dei monumenti è a falsa volta, e costituita da file di blocchi sovrapposti che sporgono gradualmente dal basso verso l’alto. I due filari più alti sono addossati ad una serie di blocchi che hanno la sezione a forma di “T” (tappo di spumante, per usare una felice espressione dell’archeologo Mario Bizzarri). All’interno delle camere trovavano posto i defunti. I corpi, inumati o cremati (deposti spesso all’interno di vasi), erano appoggiati sulle banchine che corrono, generalmente, lungo uno o due lati degli ambienti. Gli accessi alle camere erano chiusi da lastre di tufo ed all’esterno erano sormontati da un architrave che spesso reca iscritto il nome del proprietario della tomba. Queste iscrizioni costituiscono uno degli insiemi di testi più corposi dell’intera Etruria. Le murature che costituiscono la camera erano letteralmente rivestite da altre pareti che fanno assumere alle tombe la forma di regolari parallelepipedi. Nello spazio compreso tra le pareti esterne e quelle che costituiscono la camera funeraria si localizza un’intercapedine, che era sempre riempita da terreno argilloso; esso stabilizzava la strutture e limitava l’infiltrazione di acque meteoriche. La parte superiore degli edifici era piana, e poteva accogliere dei cippi in pietra lavica.

LA DISTRIBUZIONE DELLE TOMBE

Le strutture tombali si distribuiscono ordinatamente in lunghe file ai lati di vie che si incrociano perpendicolarmente, andando a costituire un impianto molto regolare. Alla base di esso dobbiamo immaginare la presenza di un vero e proprio “piano regolatore”, che era a sua volta espressione di una società ben organizzata già dalla prima metà del VI sec. a.C. Gli appartenenti alla classe dirigente, attraverso l’omogeneità dei monumenti funerari, vogliono mostrare una sorta di “egualitarismo”. Si riscontrano però diversi elementi che contrastano questa visione; abbiamo strutture a due camere, edifici con murature di fattura piuttosto trascurata (essi sembrano concentrarsi, in particolare, nel settore sud della necropoli) e monumenti con facciate ornate da elaborate cornici.

LE SEPOLTURE PIÙ ANTICHE

All’interno della necropoli sono state individuate anche sepolture realizzate prima dell’organizzazione planimetrica del complesso. E’ il caso, in particolare, di una tomba a circolo del VII sec. a.C. Un basso tumulo di terra, sormontato da un ciottolo fluviale e delimitato da un cerchio di blocchetti di tufo, obliterava una profonda fossa. All’interno di essa si è trovato un sarcofago monolitico in tufo contenente i resti del defunto ed il suo corredo funerario. Questa struttura venne rispettata e, anzi, le sepolture più recenti si addossano ad essa.

TOMBE A CASSETTA

Di cronologia affine a quella delle tombe a camera sono invece alcune tombe a cassetta. Esse sono spesso sormontate da cippi in tufo a forma di parallelepipedo, spesso caratterizzati da iscrizioni. È curioso notare come i gentilizi dei personaggi deposti entro queste sepolture non trovino quasi mai corrispondenza in quelli presenti sugli architravi delle più vicine tombe a camera. L’analisi di alcuni dei corredi rinvenuti permette, in vari casi, di riferire tali monumenti a bambini. Non è chiara però la ragione per la quale essi non vennero deposti nei sepolcri di famiglia. Sembra opportuno chiudere questa sommaria descrizione della necropoli rammentando, per sommi capi, la storia delle ricerche in essa condotte.

LE PRIME SCOPERTE

Le prime notizie relative all’individuazione di questa emergenza archeologica risalgono al 1772. Una lettera scritta da Domenico Petrangeli racconta come il contadino Luigi Prosperi, escavando il drenaggio per la messa a dimora di un vigneto, avesse scoperto

“certe grotti sotterranee…nelle quali mi ha asserito esservi ancora de tufi ben riquadrati con iscrizzioni (sic!) in essi impresse potendosi credere, che siano monumenti de’ Morti ivi sepolti”.

Ulteriori scoperte ebbero luogo nel 1830, durante i lavori per la costruzione della strada che collegava il centro cittadino alla base della rupe. Dopo questi ritrovamenti fortuiti furono avviate, a partire del 1875 delle attività di ricerca che ebbero un impatto devastante sulla necropoli. Lo scavatore Giovanni Golini esplorò le tombe per mezzo di cunicoli, che in molti casi andarono anche a compromettere la statica delle strutture stesse. Meno disordinate e poco più accurate furono le ricerche condotte dall’ingegnere Riccardo Mancini, che esplorò numerose sepolture provvedendo poi alla loro ricopertura. L’analisi delle sue relazioni e dei suoi scritti ha però permesso, in qualche caso, di acquisire preziose informazioni. Le indagini condotte da questi personaggi erano quasi sempre rivolte al recupero dei preziosi reperti che costituivano i corredi funerari dei defunti. Si recuperavano, ovviamente, solo i manufatti di pregio, come le abbondanti ceramiche d’importazione greca, e quelli in migliore stato di conservazione. Questi reperti furono per lungo tempo dispersi sul mercato antiquario; e per questo che reperti di provenienza orvietana si trovano nelle collezioni di tutto il mondo. Solo in parte confluirono nelle raccolte civiche. Molti reperti di straordinario livello entrarono a fare parte della collezione Faina, che oggi è possibile ammirare ad Orvieto, nel Museo situato di fronte al Duomo.

GLI SCAVI DI MARIO BIZZARRI

Tra il 1960 ed il 1968 l’archeologo Mario Bizzarri, grazie alla collaborazione del Soprintendente Giacomo Caputo, che era anche presidente della Fondazione per il Museo Claudio Faina, condusse delle sistematiche campagne di scavo nella necropoli. Le sue ricerche portarono all’acquisizione di una enorme messe di dati scientifici. Alcuni elementi da lui riscontrati documentano perfino le operazioni di saccheggio alle quali il sito era stato sottoposto. Vale la pena di ricordarne un paio; allo sbocco di uno dei cunicoli esplorativi aperti nel XIX secolo recuperò, ad esempio, un cumulo di reperti ceramici, anche di notevole qualità, ai quali gli scavatori non erano evidentemente interessati. All’interno di una tomba a camera venne invece scoperto lo scheletro di uno dei violatori, rimasto ucciso da un crollo e abbandonato dai suoi compagni “di ventura”.

GLI INTERVENTI ED I RESTAURI DEGLI ANNI SETTANTA

Nell’ultimo ventennio del secolo scorso si ebbe una ripresa delle indagini grazie all’intervento di Anna Eugenia Feruglio. Le sue ricerche portarono alla ripulitura di ampie parti della necropoli e a sistematici interventi di restauro, che tuttora permettono la fruizione di un’ampia parte del sito. Nel corso di questi interventi si scoprirono la già menzionata tomba a circolo e la tomba inviolata di Avele Metiena. I reperti recuperati nel corso delle indagini condotte da Bizzarri e Feruglio sono oggi esposti all’interno del Museo Archeologico Nazionale di Orvieto.